Aylan è ancora tra la schiuma delle onde

Una Galassia è composta da circa mille miliardi di stelle. Nell’Universo ci sono oltre cento miliardi di galassie, stella più, stella meno. Tra queste, la via Lattea è quell’ammasso di nebbie che potrebbe ricordare un particolare del Padule di Fucecchio visto da Magritte, oppure l’ora del Tè nella Baia di Ancorage. La nostra casa nello spazio è dentro una soluzione di vapore denso e bianco come il latte. E noi sappiamo bene che fu per via di quello spruzzo di latte negato, quel dispetto di Era nei confronti del piccolo Eracle, figlio illegittimo di Alcmena e Zeus. Il pargolo era il frutto di una furbata del Dio dell’Olimpo a danno dell’ignaro Anfitrione, marito di Alcmena e dunque, non solo reduce guerriero ma ariete che merita tutta la nostra solidarietà. Però, che gente.

Certe volte appaiono nel cielo delle brevi strisce luminescenti, funi, che sembrano attaccate al soffitto di un Dio che sta al piano di sopra, Un Dio più vecchio dello spazio cosmico e dei flussi di materia che spingono l’Universo oltre la teoria del presente, oltre l’andare e venire relativo. Per quanti volessero attaccarsi a quelle rapide corde che arrivano fino al suolo, sarà solo una questione di traiettoria e riflessi pronti, di tempo sereno e asciutto, di frammenti stellari resistenti all’attrito che li consuma via, via, che scendono.  Attaccarsi alle funi del cielo è come trovare un lavoro, un barcone sicuro, un luogo dove le ragioni valgono più dei quattrini. La prossima notte di San Lorenzo date un’occhiata al cielo anche per chi non può, per chi ha viaggiato il mare di notte e di giorno resiste appeso a quella bava che ciondola dal palato della volta celeste. La notte di San Lorenzo non fu per tutti un bagliore di fuochi artificiali.

Dopo i campi di sterminio e la bomba di Hiroshima ci fu chi non capì niente sulla dottrina dell’amore universale e sul Cristianesimo, fino a rimettere in dubbio il mare asciutto della luna e l’esistenza di un Dio misericordioso quanto distratto. Dopo Aylan Kurdi, il bambino Siriano fotografato “senza vita a faccia in giù tra la schiuma delle onde”, l’Europa mette in dubbio la sua esistenza e scopre la comunitaria e feroce dottrina dell’amore proprio, come il latte negato di Era, detta anche Giunone, la Dea dall’ enormi mammelle che preferì farsi scoppiare il petto prima di allattare un bambino che non era suo.

Ma forse siamo più figli di Ponzio Pilato che della distrazione di un Dio misericordioso, siamo tanti. Una stella riflette lo splendore della sua vita fino al bagliore accecante della sua morte, i frammenti arrivano fino a noi come funi del cielo o lacrime di Dio ancora accese fino a spengersi sulla spiaggia di Bodrum. Dove i bambini dormono a faccia in giù tra la schiuma delle onde.

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Tutti capimmo a stento

TUTTI  CAPIMMO A STENTO

Di Sauro Sardi

Certo, può essere pericoloso parafrasare e rivisitare il senso di una delle più depressive ballate di De André “La ballata

degli impiccati” tratta dall’album “Tutti morimmo a stento”. (1968)

I cultori dell’ultimo De André diranno che il pezzo è lento e datato, ma quello era il tempo dei poeti armati di parole che a risentirle ora, o ti affettano in due o ti danno lo spunto  per una riflessione che, si capisca o no, si può anche scrivere come segue.

Nel tratto di strada dove  la grande arteria del vapore rosso mostra le sue vene capillari ormai vuote, se guardiamo bene, tra smarriti e dispersi i globuli di quei volti appesi di fronte e di profilo ci  sono ancora tutti. Stipati dentro una sacca di plasma dello stesso colore di sempre, un materiale che molti vorrebbero relegare come reperto, oppure sciogliere annualmente come sangue accagliato  da sollevare al cielo mentre per via del solito microfono che funziona poco e male si sentono appena percettibili i nomi che da Gramsci a Peppino Impastato ora diventano anche vittime della retorica commemorativa. Personaggi che se potessero tornare in mezzo a noi si aprirebbero un varco a forza di calci nel culo mentre svolazzano le nostre narrazioni sui loro giorni di lotta e di coraggio.

In tanti fummo educati a pensare che perdere da vivi valesse la pena almeno per vincere da morti, è stato un credere sopra ogni altra cosa e chi credette di più perse la vita. Per un’idea, non per “lo sbaglio di un’ora”. Ecco perché a questo punto non capisco chi pensa che perdere sia un mancamento, un errore, un motivo per addormentarsi sui binari e arrendersi allo sfacelo mentre il fantasma di Attila fa pisciare i suoi robusti esattori sulle pianure più povere  di una mancata Europa che brucia e torna sotto il dominio di chi è meglio armato di moneta sonante.

I mattoni del muro di Berlino furono numerati e venduti nelle migliori gallerie mentre mercanti e rassegne d’arte lasciano la romantica Parigi e puntano verso Francoforte, Kassel, Dusseldolf. La Germania inizia così a fare cassa mentre in Italia si dirà che con la cultura non si mangia, e allora, dipanare i filamenti della risorta economia tedesca non è poi così difficile visto che nella sua ballata il  grande poeta Genovese ci ricorda che la sconfitta è solo “un discorso sospeso” e il tempo viene da lontano, si ferma e poi riparte.

Per quanto ci riguarda sembrano ancora accesi gli accordi economici tra lo zio di Attila e l’insolvente Impero Romano -160 kg d’oro ogni 12 mesi- ma forse per noi parlare di debiti è parlare di corda in casa degli impiccati, meglio digitare su You Tube il titolo di questa ballata e rincorrere il senso per ritrovare un autore che aveva capito a modo suo, ma aveva capito prima degli altri come si raccontano le storie del domani.

I Funerali di Enrico Berlinguer

I funerali di Enrico Berlinguer

Documentario

Genere: Irreale

di Sauro Sardi

Le prime immagini si soffermano sullo sguardo serio di un bambino avvolto da una gigantesca bandiera rossa che lascia intravedere la scritta: P’CI Sez Cagliari. Il bambino avanza a tempo di musica battendo il passo dietro una fila di trombe e sassofoni che impegnano tutta l’ampiezza della strada, ad ogni rullo di tamburo il bambino guarda verso il maestro di Banda aspettando un suo cenno. Gavino è riccio o e minuto, ha attraversato il mare nella notte ma è ben sveglio e guarda avanti a sé dritto e fiero come se alla sua etàavesse già capito tutto.

Sfilano di lato gli uomini del servizio d’ordine, mentre ai bordi della strada si levano qua e là dei grappoli di pugni chiusi. La banda precede di poche decine di metri il feretro che avanza seguito dai famigliari, le autorità, , i compagni di Partito. Da Via Emanuele Filiberto il corteo sta per immettersi in Piazza San Giovanni,gremita fino all’inverosimile. Al passaggio degli elicotteri che sorvolano il fiume di bandiere listate a lutto si intravede lo sbattere delle ali che si alzano dalle piccionaie dei tetti più alti, il fermo-immmagine sul biancore di quelle ali genera un breve istante “di effetto mosso” che fa venire in mente le colombe di Ennio Calabria. Un fotogramma che vale un dieci.

La testa del corteo irrompe nella piazza come la goccia di una scia di sangue che spinge, si accaglia come aggrumata dall’urlo potente di un milione di cuori che battono un colpo solo, un nome solo: “Enrico!”.

Poi all’improvviso, come se la pellicola avesse preso a girare oltre lo sviluppo di una enorme puleggia analogica, impazzisce, sibila, va via, verso la proiezione digitale, il dominio integrato del silicio, verso la compressione del tempo che trasla l’immagine dal suo nastro di materia che scorre, mormora strani acuti di riavvolgimento. Eccola, ora la faccia di Lenin è chiara come la molecola dell’astratto: il sogno è già un reperto per l’ultimo mercatino dell’antiquariato. , E spunta vuota e buia, la bocca dell’ultima miniera sotto il Monte Sinni. Il Sulcis.

Gavino è grande, il suo passo sbriciola e bestemmia zolle di carbone, lo sguardo è ancora dritto e fiero ma dentro si vede l’orrido della discesa nel pozzo, la polvere nera che appanna il sole del cervello. Gavino guarda con disprezzo verso l’uomo che gli punta il faro della macchina da presa, ormai sono mesi che la miniera è occupata, sono stanchi. Si, anche i suoi compagni sono stanchi e le donne che aspettano fuori dai  cancelli sono ombre affacciate dietro la sbarra che delimita l’ingresso alla miniera. Sfinite, si raccolgono intorno al fuoco di una carcassa di legno annerita dal calore. Intorno il colore è sempre quello del carbone.

Da anni: Trenta milioni di Tonnellate di carbone per ventimila minatori. Gavino ricorda ancora quel giorno, in piazza San Giovanni, se avesse allungato le mani poteva toccarli:

Pertini, Gorbaciov,  Arafat. C’era anche il primo ministro della Repubblica Popolare Cinese. Ma ora quel milione di pugni alzati sono dei cazzotti rivolti verso il cielo, le urla sono il furore delle donne che da mesi non vedono i mariti , i figli. E nemmeno uno schifo di stipendio si vede da mesi.

D’un tratto il fuoco dell’inquadratura sembra addolcirsi nel celeste orizzonte di quello che sembra un mare, si, è proprio il mare, lo scoglio di granito rosso, l’aria intorno è ricca, gli elementi che variano la gamma dei colori che appaiono nella fresca residenza estiva di chi guarda verso le calle del giardino curate senza badare a spese, la bandiera che sventola sul pennone del circolo più esclusivo spuntato come un fungo sui sassi della gallura è azzurra come tutto il resto del cielo. Oggi non c’è una nuvola, sulla Costa a Nord-Est della Sardegna. Le inquadrature ora sono meno radenti, più morbide. Lontano e malfermo il ricordo dei volti duri delle donne rischiarate dai falò sotto la miniera. Il cielo abbaglia, il cameriere gira in mezzo ai tavolini leggero e invisibile come un quadrato bianco su fondo bianco: il Suprematismo di Malevic al servizio dei nuovi Zar scampati alla Rivoluzione d’Ottobre. Il cameriere si muove come un pesce nell’acquario, Intanto l’operatore mette a fuoco e stringe sui bottoni dorati della sua giacca griffata dalle iniziali del Circolo. Sembra scocciato dalla presenza della camera da presa, si volta e mette distrattamente nel taschino qualcosa. Due signori si alzano dal tavolino e guardano indispettiti il Led lampeggiante della Telecamera, sfavati, pagano in dollari e salutano il cameriere in russo. Poi, si dirigono verso una mercedes parcheggiata sotto la macchia nera di un uomo sopra una sedia a rotelle e sgommano lasciando due strisce nere sotto il cartello dell’handicap. L’occhio molesto della telecamera li segue ma il Led ormai lampeggia sul rosso, la batteria agli ioni di litio è finita, il sogno è finito e tutto sembra mai nato,mai esistito veramente.

Forse nemmeno Berlinguer è mai esistito e Gavino non ha mai attraversato il mare di notte per finire dentro una bandiera rossa, mai. Almeno di questo sono sicuro:mai.

Io aspetto Django

Di sauro.sardi@gmail.com

Cosa vuol dire “Avversario” (?)  Il primo film che mi torna in mente è “Uomini contro”. Un carnaio di gente contro altra gente, sangue oltre il filo spinato e mine sepolte a fil di terra. Uomini che nemmeno si conoscevano tra loro venivano scaraventati sulla mappa che disegnava il piano d’attacco, la difesa, la ritirata. Strategie che penetravano vallate e deserti attraverso il valico audace delle alture o la rapida via delle gole che affluivano al centro dell’azione, dirompenti. Sulla carta dove sporgevano i profili dei monti si disponevano, orizzontali, i battaglioni allineati  e paralleli al verso dei fiumi. Si poteva vedere, in scala, l’esigua dimensione delle truppe che si fronteggiavano rispetto a tutto il resto che restava armonioso, immobile. Piccoli rettangoli di legno che contenevano eroi, codardi e lettere dal fronte. Microscopiche ossature rivestite di carne mimetica, elmetto da alopecia e scarponi da calli plantari pronti a cambiare passo e postazione. Tutto questo non è archeologia, non è reperto o voce drammatica nel documentario.  In troppi casi di legittima insoddisfazione, l’umore sul quotidiano della politica si avventa sulla scheda elettorale declamando più il disprezzo che non l’idea, e tutto si svolge senza sentire neanche lontanamente il bisogno di rinfrancare lo spirito nel semplice auditorio dei nostri resistenti o caparbi Circoli Culturali, o nell’impegno delle nostre Parrocchie più inclini all’azione che all’adorazione.

L’andamento dei flussi viene regolato da patacche espressive che raccolgono il consenso attraverso esperimenti di semiotica e posture molto simili a movenze militari. Una lotta tra soggetti armati di parole che rispetto alle “bombe intelligenti” conservano la stessa imprecisione e cadono sulle teste dei poveri rettangoli di legno che altro non possono fare oltre il disperdersi al centro, a destra, a sinistra. Poveri rettangoli di legno ormai senza più capelli tra ferro e cranio, e con le scarpe che a stento trattengono lo splendore acuto dei calli. Tutto questo sancisce l’idea di una mancata progressione del nostro genere di sostanza vivente, intelligente, rispetto al profilo perenne dei monti, il corso antico dei fiumi, le gole sotto l’orrido crepaccio o strapiombo del pendio. (sempre audace). Siamo ancora dei rettangoli di legno scagliati l’uno contro l’altro. In questo gioco dove schierarsi è quasi obbligatorio, le vittime più comuni sono proprio coloro che come sosteneva Gramsci, devono sentirsi “partigiani” e quindi stare da una parte o dall’altra.

Ma questo era il pensiero di un piccolo costruttore di barchette fatte con la carta di giornale, quando sembrava che la democrazia fosse composta da due materie che si contendevano il ruolo dominante, alternandosi nell’esercizio del potere e dell’opposizione. Ormai, lo schema difensivo di coloro che hanno regolarmente vinto o usurpato il Feudo, sembra spaginato da un carteggio medievale, sollevano il ponte levatoio e diventa inaccessibile lo scambio, il confronto. E’ un errore, alla lunga cede la linea di posizione rispetto a quella di movimento. La storia è chiara: vince l’assedio, e questo vale per battaglie vecchie e nuove. Stiamo tornando al tempo delle sassaiole tra amici e non ho più la mira, intanto il gioco della politica ferisce più delle sassate, raffredda i rapporti e tiene a distanza persone che non si sono mai conosciute veramente ma si sentono ostili. Forse stiamo diventando troppo seri o troppo buffi, e allora

che ci salvi almeno l’umiltà se abbiamo perso l’ironia, intanto io aspetto Django, e questa volta non sarà un diluvio di piombo ma ci salverà tutti, nessuno dovrà fingersi già morto. Django ha attraversato le sabbie rosse del deserto, ha ballato con lo stregone indiano e mangiato carne di serpente, sa fare il verso della Civetta e quello del Coyote. E sa fischiare come fischia il vento lungo della vita e il soffio breve della morte. Io aspetto Django.

Aylan è ancora tra la schiuma delle onde

Aylan è ancora tra la schiuma delle onde 

Di Sauro Sardi

Una Galassia è composta da circa mille miliardi di stelle. Nell’Universo ci sono oltre cento miliardi di galassie, stella più, stella meno. Tra queste, la via Lattea è quell’ammasso di nebbie che potrebbe ricordare un particolare del Padule di Fucecchio visto da Magritte, oppure l’ora del Tè nella Baia di Ancorage. La nostra casa nello spazio è dentro una soluzione di vapore denso e bianco come il latte. E noi sappiamo bene che fu per via di quello spruzzo di latte negato, quel dispetto di Era nei confronti del piccolo Eracle, figlio illegittimo di Alcmena e Zeus. Il pargolo era il frutto di una furbata del Dio dell’Olimpo a danno dell’ignaro Anfitrione, marito di Alcmena e dunque, non solo reduce guerriero ma ariete che merita tutta la nostra solidarietà. Però, che gente.

Certe volte appaiono nel cielo delle brevi strisce luminescenti, funi, che sembrano attaccate al soffitto di un Dio che sta al piano di sopra, Un Dio più vecchio dello spazio cosmico e dei flussi di materia che spingono l’Universo oltre la teoria del presente, oltre l’andare e venire relativo. Per quanti volessero attaccarsi a quelle rapide corde che arrivano fino al suolo, sarà solo una questione di traiettoria e riflessi pronti, di tempo sereno e asciutto, di frammenti stellari resistenti all’attrito che li consuma via, via, che scendono.  Attaccarsi alle funi del cielo è come trovare un lavoro, un barcone sicuro, un luogo dove le ragioni valgono più dei quattrini. La prossima notte di San Lorenzo date un’occhiata al cielo anche per chi non può, per chi ha viaggiato il mare di notte e di giorno resiste appeso a quella bava che ciondola dal palato della volta celeste. La notte di San Lorenzo non fu per tutti un bagliore di fuochi artificiali.

Dopo i campi di sterminio e Hiroshima ci fu chi non capì niente sulla dottrina dell’amore universale e sul Cristianesimo, fino a rimettere in dubbio il mare asciutto della luna e l’esistenza di un Dio misericordioso quanto distratto. Dopo Aylan Kurdi, il bambino Siriano fotografato “senza vita a faccia in giù tra la schiuma delle onde”, l’Europa mette in dubbio la sua esistenza e scopre la comunitaria e feroce dottrina dell’amore proprio, come il latte negato di Era, detta anche Giunone, la Dea dall’ enormi mammelle che preferì farsi scoppiare il petto prima di allattare un bambino che non era suo.

Ma forse siamo più figli di Ponzio Pilato che della distrazione di un Dio misericordioso, siamo tanti. Una stella riflette lo splendore della sua vita fino al bagliore accecante della sua morte, i frammenti arrivano fino a noi come funi del cielo o lacrime di Dio ancora accese fino a spengersi sulla spiaggia di Bodrum. Dove i bambini dormono a faccia in giù tra la schiuma delle onde.

Novelle

Cari bambini.

Scrivere novelle è fantastico, ritrovo tutto quello che mi serve per abitare da gran signore nella cavità di un albero. Respiro in fondo al mare e bevo latte di balena nel mio sommergibile di cartone. Navigo dentro una scatola di sardine che mi ha costruito su misura un fabbro che vive in un vecchio autobus abbandonato. In cambio di una delle mie farfalle a motore, oltre alla scatola di sardine mi ha regalato un cane di latta e una gallina dalle uova infrangibili.

Certe volte i miei personaggi sono come le correnti marine e mi trasportano lontano, ma così lontano da casa che non riesco a tornare in tempo per la cena.

A proposito, sapete dirmi che ore sono?..

L’albero delle frittelle

L’albero delle frittelle ci riporta ad una diversa idea della vita, forse, l’unica che potrebbe avere un futuro nel mondo che ormai è fatto di popoli in movimento, uomini e donne che percorrono grandi distanze e affrontano culture e credenze lontane da loro. Il bambino che bussa alla porta dello gnomo, potrebbe non aver percorso il tratto breve di una storia fantastica ma, venire da molto più lontano, e poi, tutta quella fame, quel freddo, e la paura di mille ombre che si agitano intorno, forse, onde gigantesche: le ombre del bosco, le onde del mare.

Il paese delle farfalle a motore

Topi parlanti, ranocchie col marsupio, canguri gracidanti, scarpiere per millepiedi,ombrelli per quando tira vento ma non piove.

E dunque, come abbiamo detto, quel giorno pioveva e pioveva, una delle farfalle, la più grande di tutte, era atterrata proprio davanti alla cuccia del cane, proprio lui, il nostro Cispino a quattro zampe. ebbene, per un cane abituato alle stranezze che giravano intorno casa, quello dovette sembrare un invito, una specie di sfida: “ Vuoi salire?” e fu così che un cane volò in groppa ad una farfalla…”

La pietra parlante

La vocina si fece sentire di nuovo:

Sono proprio sotto il tuo piede, se lo sposti potrei respirare un po’ meglio.”

Ferrino non credeva alle sue orecchie, ma quella voce veniva da sotto le sue scarpe. Alzò quella che lo aveva fatto inciampare e vide sbucare il bordo tagliente di una pietra color acqua di mare.

Non mi dire che sono inciampato in una pietra magica.”…

La notte di San Lorenzo

E così mi ha lasciata cadere ai piedi di uno spaventapasseri.”

Certo, in quel paese tutti avevano qualcosa di più e non qualcosa di meno del necessario, l’unico che non aveva proprio niente era il povero spaventapasseri vestito alla meglio con la giacca, i calzoni, e il cappello del nonno di Angelina.

Il sole dei folletti

dobbiamo costruire un sole tutto nostro, che scaldi e illumini il bosco.”

A quella proposta tutti i folletti e tutte le creature del bosco riunite risposero in coro:

Un sole tutto nostro costruito con le nostre mani.”

E con le nostre zampe!” disse una marmotta portandosi la zampa alla bocca per coprire uno sbadiglio

Lasagna il Re della montagna

E cosa dovrebbe mai essere, un leone?”

Certo che a guardarlo bene, per essere un gatto era troppo grosso, e per essere un leone era troppo piccolo.

E se fosse un cucciolo di leone?”

La nonna lo guardò strizzando gli occhi come per attizzare la vista.

Per me è un gatto, se fosse un leone ci avrebbe già mangiati.”

Ninetta la cavalletta

Cosa è successo?”

Oh, buon giorno signora maestra, stanno parlando di una bambina che è finita sotto il treno a scarpe in mano.”

No, no, due bambine hanno buttato le loro scarpe sotto il treno…”

Pare che il treno sia uscito dai binari!” disse il giornalaio. A quel punto la maestra chiese se qualcuno sapeva veramente come erano andate le cose e che aspetto avesse l’una o l’altra bambina.

Il postino ha visto tutto.” dissero in coro il giornalaio e l’arrotino mentre alcuni passanti stavano parlando di tre bambine che avevano tirato le loro scarpe in testa al macchinista che, stordito, aveva fatto uscire il treno dai binari. La maestra tirò da una parte il postino e dopo aver sentito di una bambina che aveva saltato i cancelli a scarpe in mano esclamò:

È lei… Ninetta!”

L’isola delle zucche

si doveva aspettare la bassa marea. Passando nei punti giusti l’acqua arrivava appena alla caviglia.

Forse quelle monete e quella perla appartenevano a qualche pirata.” Disse Martina tirando per la veste Suor Lucilla perché gli rispondesse.

Domani andremo a vedere, se non troveremo un tesoro raccoglieremo qualche fiore di zucca.”

Sauro Sardi Via Gioberti n. 65 Agliana (PT)

cap. 51031 Tel. \0574 711812 – Cel.338 1143877

sauro.sardi@gmail.com

Libri e Manoscritti

LIBRI E MANOSCRITTI

Sauro Sardi (Valentino)

Ha pubblicato per “Il Grandevetro – Jaca Book:

Una borsetta di pitone Arancione” 2000

La merenda cinese” 2001.

Il giardino d’amianto” 2005

MANOSCRITTI INEDITI

PORTAMI DAVANTI AL MARE

Romanzo di Ferio

L’occasione

Il morso del lupo

Al tempo dei Tedeschi

Lo sbattere sui tasti dell’ormai estinta “Olivetti lettera 32” mi portava alla mente i passi dei Caminantes di Machado: “Caminante no hay camino” Pensavo che scrivere storie fosse più o meno come il camminare senza avere già in mente una direzione. “La strada si fa camminando” e allora poteva nascere colpo su colpo il paesaggio e tutto il resto. Dare la vita a figure e luoghi immaginari era come seguire quelle orme. E invece no, scrivere non è come camminare sulle onde del mare, no, quando crediamo di dare la vita a qualcosa che non esisteva fino a qualche istante prima, non facciamo altro che aggiornare gli appunti che avevamo già in mente. Una semplice operazione di archeologia, frughiamo tra le cose che avevamo messo da parte. “Todo pasa y todo queda”. Tutto passa e tutto rimane. Si nasce e si muore in quel viaggiare all’indietro, e via, via, sotto i temporali, o buttati fuori di casa dalla piena del torrente,fino a trovarsi davanti al mare, a respirare l’aria che porta via la tosse. Ero io quel bambino che tossiva accanto a una medusa morta da tre giorni.

Ero rimasto immobile nel punto dove le onde arrivano strisciando a malapena. Fermo, scarpe calzini ai piedi come se aspettassi il momento buono per attraversare il traffico di quelle bolle di schiuma che friggevano e penetravano la sabbia. Pensai alla strada che da Pistoia andava fino a Prato e mi salì al naso l’odore di quelle calde macchie di catrame dove i miei sandali erano rimasti appiccicati più di una volta. La Via Provinciale passava davanti alla porta di casa mia come se fosse il corridoio della stanza accanto.

Intanto mi chiedevo quanto fosse profonda e lontana la curva dove la nave spariva all’improvviso, mentre quella striscia d’acqua dal colore mosso come una spremuta di cozze mi stava camminando sotto i piedi facendoli affondare piano, piano fino agli stinchi. Quando cercai di liberarmi da quella morsa di sabbia collosa pensai che anche il mare aveva lo stesso vizio del catrame.

Negli anni a seguire ci si misero anche i temporali a raccontare storie di scarpe asciutte, puttane, e tartarughe marine. All’inizio ero già stanco, e mi fermai sulla mia solita panchina, dentro a quattro storie che avevano in comune il mare,i temporali, l’amore, la morte.

ROMANZO DI FERIO

Il torrente racconta la storia di un ragazzo dal buffo naso di gomma.

Ferio non riuscirà ad annegare e nemmeno a togliere quella mano dal viso quando parla. Lo salverà Apice, uno strano viaggiatore dalle scarpe asciutte. Insieme ritroveranno Emily, in quel segreto alla curva dell’Agnaccino.”

“LOCCASIONE”

…Non potevo immaginare che fin dal primo istante che mi aveva visto entrare, avesse pensato a me come all’occasione che stava cercando.

Il destino a volte ti si avvolge addosso come una sciarpa e non sai, non capisci se ti vuole scaldare o ti vuole strozzare.

Il morso del lupo

Una storia di periferie percorse dalla mola di un arrotino.

Esausto, alla fine, troverà rifugio sul fianco di una montagna di rifiuti urbani. In quell’avanzo di cose sommerse, Margherita, sarà lo scampolo di un miracolo finito negli stracci. A Prato, finire negli stracci e risorgere fu tutto un lavorare.

AL TEMPO DEI TEDESCHI

“…A parte una gondola fatta con le conchiglie di mare, non avevo giocattoli che mi portassero lontano. Il gioco della morte è stato il primo svago della mia vita. Il mio divertimento.

Potevo restare per più di un minuto senza respirare. Non un battito delle ciglia, una mossa. I primi tempi si spaventavano tutti. Fino a quando, ormai ero risuscitato non so più nemmeno io, quante volte. Le mie esecuzioni, per essere credibili, dovevano superarsi. Sempre più vere, al limite. Oltre il limite. Solo quando non sentivo più il cuore e tutti mi imploravano. Solo allora mi riaccendevo.

Volli morire anche il giorno della mia prima comunione. Non avrei dovuto farlo, ma c’era il pubblico delle grandi occasioni, gente nuova.

Svenne anche la bella moglie di un mio vicino di casa. Era venuta a bere un bicchierino.

Mi credé realmente morto, dopo avermi scosso e baciato più volte, inutilmente, per rimettermi al mondo. In quell’odore di lacrime e marsala, sulle mie gote violacee. Cadde come un maggiolino sotto i lampioni e tutti gli videro le gambe fino alle mutande. Bella, bella davvero. Da quel giorno i suoi capelli imbiancarono con la rapidità del baleno. L’ho detto:

Non avrei dovuto farlo.

A lungo, replicai a mio piacere quel numero. La gioia di risuscitare pagava assai più di una morte improvvisa”…