Tornare a Itaca fu tutto un navigare

Personaggi:
Edo (Ulisse)
Carlotta (Nausica)
Il cane (Argo)
Schema audio :
La partenza
la tempesta
“voga!”
le sirene
tornare a Itaca.

Edo è Ulisse, il suo arco è il tornio, il suo mare è tra i più economici della Riviera Romagnola, Carlotta è l’infelice Nausica, tutto andava bene così.
Argo è un bastardo intelligente, conosce il suo mito e sa che gli potrebbe schiantare il cuore se corresse incontro al suo padrone.

TORNARE A ITACA FU TUTTO UN NAVIGARE.
(va bene anche così)
Di Sauro Sardi

Eccola, appollaiata sui piedi che sporgono sul bordo della vasca da bagno appare Itaca. Edo è stanco, ha remato e remato come poteva, attaccato a quei fili dal colore diverso, quei tubicini a spirale percorsi da un liquido talvolta opaco, altre volte più vivo. Un gabbiano etra dalla finestra e lo guarda, è stanco anche lui, , non ha trovato pesce in quell’albergo di Amsterdam dove hanno appena richiuso le finestre, ormai è volata dal terzo piano la tromba di Chet Baker. Edo non era mai stato Ulisse ma ogni giorno tornava a casa dopo essersi lasciato alle spalle il canto lugubre dell’unica sirena della sua vita, quella della fabbrica. Lui era l’uomo ai remi, era nato rematore , ogni giorno partiva e ogni sera tornava alla sua Itaca al terzo piano. Già, anche lui al terzo piano, senza ascensore, un frigorifero a rate morbide, un cane malaticcio ma che si faceva amare. L’aveva chiamato Argo. Andava bene così, poi all’improvviso qualcosa si spezza e tutto diventa difficile, i suoni che vengono dal mare stridono e passano da una finestra all’altra come un treno che raccatta il ferro che trova, il flauto sbava come una vipera soffiante. La città è un mercato di suoni per chi è di bocca buona e si accontenta dei saldi a ogni cambio di stagione. Forse, Edo avrebbe continuato a remare anche attaccato ai fili delle meduse, voleva tornare almeno per finta alla sua Itaca, una carezza al cane, un bacio al giradischi e via, rincorso dallo sguardo opaco di quel dolente gabbiano che ogni giorno spalanca la finestra e in lontananza appare, Itaca, i suoi giornali da leggere al mattino, i davanzali sotto alle finestre come sempre.
Tornare indietro, ripercorrere il tratto di strada che porta a quella maledetta variante oltre i vetri appannati mentre l’unico suono che svetta sopra a quello della pioggia è l’ansimare uggioso del tergicristallo. Mai vista una curva a forma di virus. Eppure affrontare quel tratto a strada bagnata non era una questione di anticorpi, mascherine che non si trovano, tamponi mordi e fuggi. La radio si spenge all’improvviso, poi più niente, solo il biancore di qualcosa che potrebbe anche essere un gabbiano, un lenzuolo appeso alla finestra. Certe volte Edo vorrebbe toccarlo ma tutti quei fili si muovono e il gabbiano strilla, sbatte la finestra e si china su di lui, forse agita le ali, gli gira intorno. Tutto cambia, il soffitto è quello dove una luce rimane accesa fino a che lo scatto del solito interruttore la disintegra. altro che scene di stelle polari, orse minori e maggiori, fuochi nel cielo per naviganti che urlano ai venti rabbiosi dentro alle bufere. Sì, avrebbe continuato a remare per chissà quanto altro tempo dentro a quella che a lui sembrava la sua vasca da bagno, poi una notte i rumori delle meduse gli scesero fino in fondo al cuore, dalla finestra entrarono i primi corvi del mattino, mai visti uccellacci così brutti, silenziosi e neri come i resti di una storia triste nel finale, eppure, tutto andava bene, andava bene così, l’ultima rata del frigorifero era vicina, Argo si accontentava degli avanzi e anche senza le scatolette contro l’alopecia gli ricresceva il pelo sulle chiazze, bene o male saliva e scendeva le scale anche da solo, quando arrivava in fondo non ci credeva neanche lui e si voltava a guardare tutti quei gradini appesi al muro. Carlotta voleva andarsene, era stufa di fare la parte di Nausica, la fidanzata senza speranza, ma erano anni che lo diceva e non lo faceva mai.
“Uno di questi giorni prendo il treno e non mi vedrai mai più”. Lo diceva, andava bene anche così.
Edo è appena sbarcato sulla luna, il mare asciutto è roba da esperienze per pochi insoliti viaggiatori che partono e tornano dentro e fuori da una storia che certe volte è vera, più vera della nave di Ulisse, la sua ciurma e le scogliere di cartone dove ora cantano e scodinzolano le migliori sirene dell’arte varia in quell’andare e tornare dove per sempre appare, dalla finestra, Itaca.
Anche se non c’è sempre una casa o un’isola che ti aspetta, per tutti c’è un finale, può essere triste, allegro , travolgente. C’è sempre un luogo dove le foglie cadono sui binari di un treno che va via ma tutto può succedere; il macchinista ha già letto da qualche parte quella storia, deve fare qualcosa, ferma il treno e la ragazza che piangeva dal finestrino scende, corre a braccia spalancate verso Edo, appoggiato al muro della stazione. La vede, lascia cadere a terra le stampelle e la stringe, la prognosi è sciolta da un pezzo e guarirà in due settimane. E il cane? Già, merita un finale anche se non è di bella presenza, ha il muso di un lupo e la coda misera, da cinghiale, il resto è quasi tigrato. Per quanti giorni Edo era rimasto in ospedale, tanti lui ne aveva passati accucciato sullo zerbino davanti alla porta del suo padrone. Al terzo piano non ci saliva mai nessuno. Non mangiava? Va bene anche così, nelle storie dove i cani non hanno un ruolo di primo piano possono mangiare anche una volta al mese, non ci fa caso nessuno. Intanto la porta in fondo alle scale si è già aperta, ogni ingresso ha il suo odore, ogni porta il suo rumore di alluminio anodizzato, Argo non si muove, se corresse giù per le scale gli schianterebbe il cuore, sa riconoscere i passi di Edo tra mille paia di scarpe. Ulisse torna alla sua dimora, il viaggio è finito, il finale, forse, è rimediato ma va bene anche così.

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