Tutti capimmo a stento

TUTTI  CAPIMMO A STENTO

Di Sauro Sardi

Certo, può essere pericoloso parafrasare e rivisitare il senso di una delle più depressive ballate di De André “La ballata

degli impiccati” tratta dall’album “Tutti morimmo a stento”. (1968)

I cultori dell’ultimo De André diranno che il pezzo è lento e datato, ma quello era il tempo dei poeti armati di parole che a risentirle ora, o ti affettano in due o ti danno lo spunto  per una riflessione che, si capisca o no, si può anche scrivere come segue.

Nel tratto di strada dove  la grande arteria del vapore rosso mostra le sue vene capillari ormai vuote, se guardiamo bene, tra smarriti e dispersi i globuli di quei volti appesi di fronte e di profilo ci  sono ancora tutti. Stipati dentro una sacca di plasma dello stesso colore di sempre, un materiale che molti vorrebbero relegare come reperto, oppure sciogliere annualmente come sangue accagliato  da sollevare al cielo mentre per via del solito microfono che funziona poco e male si sentono appena percettibili i nomi che da Gramsci a Peppino Impastato ora diventano anche vittime della retorica commemorativa. Personaggi che se potessero tornare in mezzo a noi si aprirebbero un varco a forza di calci nel culo mentre svolazzano le nostre narrazioni sui loro giorni di lotta e di coraggio.

In tanti fummo educati a pensare che perdere da vivi valesse la pena almeno per vincere da morti, è stato un credere sopra ogni altra cosa e chi credette di più perse la vita. Per un’idea, non per “lo sbaglio di un’ora”. Ecco perché a questo punto non capisco chi pensa che perdere sia un mancamento, un errore, un motivo per addormentarsi sui binari e arrendersi allo sfacelo mentre il fantasma di Attila fa pisciare i suoi robusti esattori sulle pianure più povere  di una mancata Europa che brucia e torna sotto il dominio di chi è meglio armato di moneta sonante.

I mattoni del muro di Berlino furono numerati e venduti nelle migliori gallerie mentre mercanti e rassegne d’arte lasciano la romantica Parigi e puntano verso Francoforte, Kassel, Dusseldolf. La Germania inizia così a fare cassa mentre in Italia si dirà che con la cultura non si mangia, e allora, dipanare i filamenti della risorta economia tedesca non è poi così difficile visto che nella sua ballata il  grande poeta Genovese ci ricorda che la sconfitta è solo “un discorso sospeso” e il tempo viene da lontano, si ferma e poi riparte.

Per quanto ci riguarda sembrano ancora accesi gli accordi economici tra lo zio di Attila e l’insolvente Impero Romano -160 kg d’oro ogni 12 mesi- ma forse per noi parlare di debiti è parlare di corda in casa degli impiccati, meglio digitare su You Tube il titolo di questa ballata e rincorrere il senso per ritrovare un autore che aveva capito a modo suo, ma aveva capito prima degli altri come si raccontano le storie del domani.

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